Ci sono band la cui crescita si sviluppa repentinamente, grazie a strategie di marketing azzeccate e c’è chi, invece, si guadagna una solida reputazione. E il percorso si sviluppa gradualmente grazie alla determinazione e alla dedizione investita giorno dopo giorno nel proprio progetto. E’ questo il caso degli Italiani False Memories. Il cui progresso si è potenziato maggiormente proprio in questi ultimi due anni, grazie ad una serie di fattori da non sottovalutare: fermezza, volontà d’animo e tanta, tanta tenacia. Fresca di contratto con Frontiers, la dark metal band italiana è in procinto di sfornare il suo nuovo album, “The Last Night Of Fall”, che ci viene presentato direttamente dalla cantante Rossella Moscatello e dal chitarrista Francesco Savino.

Ciao Rossella, ciao Francesco. Benvenuti su Femme Metal per questa nostra primissima intervista. Prima di iniziare la nostra chiacchierata, vorrei fare un piccolo passo indietro. Con questo vi chiedo di introdurre i False Memories a tutti quei fan che ancora non sono familiari con la band. Vi andrebbe di darci qualche piccola nota biografica?

Francesco: Intanto ti ringrazio per questa intervista! Diciamo che la premessa è questa! In secondo luogo, rispondendo alla tua domanda, la band nasce nel 2015. Da una mia volontà di creare qualcosa che avesse delle contaminazioni dark/goth all’interno di un metal abbastanza ragionato.

La cosa è andata, poi, avanti con l’ingresso della prima cantante, diventata poi la collaboratrice dei Furor Gallico, la cantante femminile della band. L’evoluzione del gruppo poi ha visto diversi ingressi ed uscite di poco conto, fino a quando il gruppo si è poi consolidato con l’ingresso di Gianluca e degli ultimi due elementi, Emanuele e Moreno.

Ho saltato il mezzo, perché non c’è molto da dire in quella fase, poiché è stata molto problematica per i soliti problemi di formazione, che immagino affliggano il 90% dei gruppi. È molto difficile superare quella fase, lo è veramente! Noi siamo riusciti a superarla, non so come, pian piano sono entrati i membri giusti, le persone giuste e adesso c’è una formazione molto affiatata e stabile!

Sicuramente qualcuno in passato avrà già chiesto qualcosa in merito al nome della band, ma a me piace il concetto del “falso ricordo”. Per chi non lo sapesse, si tratta di un ricordo non autentico, o addirittura del tutto inventato, un fenomeno che potrebbe forse attingere da ricordi sì reali, ma sfasati, alterati in qualche modo. So che forse dovrei indirizzare questa domanda a Francesco o a Gianluca, ma cosa ha spinto la band ad adottare questo concept?

Francesco: Il nome, beh, molto semplicemente come hai giustamente detto tu, è quello, appunto, di inserire nella propria memoria un ricordo non reale. Se vogliamo, poi, entrare nello specifico, nella questione psicologica che esiste proprio in letteratura, poiché è un qualcosa che esiste ed è stato spiegato con un processo dove la persona mette in atto – magari inconsapevolmente – per coprire un trauma o una situazione che fa male da portare a galla, si crea il falso ricordo.

Noi, però, più che la parte psicologica in senso tecnico, la cosa che ci interessa ed affascina – perlomeno me quando ho proposto questo nome – è, appunto, il fatto che una persona viva con un ricordo che non è reale e si porta dietro qualcosa che non esiste nella realtà, però nella testa c’è questa convinzione di autenticità che, in realtà, non c’è. Secondo me rappresentava molto la musica che avevo in mente di fare e quindi è stato scelto questo nome.

Se non sbaglio i False Memories hanno un solo album all’attivo, “Chimerical”, uscito nel 2018, anno che per giunta ha segnato anche il tuo ingresso in pianta stabile nella band. A breve uscirà anche il vostro secondo disco, “The Last Night Of Fall”, di cui parleremo tra pochissimo. Come ben sappiamo, ai tempi del tuo ingresso, se non erro, la band pubblicò una nuova versione di “Chimerical” con te, appunto, in veste di nuova cantante. Vorrei chiederti: ai tempi, come fu accolta questa nuova edizione e in che modo il disco ha lanciato i False Memories all’interno della scena musicale? Che tipo di riscontri avete ottenuto dalla stampa e dai fan stessi?

Francesco: Vorrei fare una piccola puntualizzazione, nel 2018 il disco è stato autoprodotto, quindi distribuito sulle solite piattaforme che tutti conosciamo, quindi è stato fatto in maniera del tutto autoprodotta. La seconda versione non è esattamente la stessa versione uguale alla prima, o meglio: non abbiamo deciso di fare una seconda versione con lei alla voce, semplicemente siamo venuti a contatto con un’etichetta che si chiama Rock of Angels, che ci ha proposto di togliere dagli store digitali l’autoproduzione per rifare una nuova edizione con tutta una promozione che è conseguita.

Infatti, la prima versione, quella del 2018, non è stata considerata da nessuno, come tutti i dischi autoprodotti, era lì nel limbo, perché come ben sai, se fai un disco e non lo promuovi, non vai da nessuna parte! Questo è un dato di fatto che bisogna riconoscere! Il disco è comunque piaciuto a questa etichetta, che ha proposto questa edizione e nel mentre, è entrata Rossella…

Rossella: Praticamente da quel momento in poi, il disco è stato riproposto con le mie voci ma non sono presenti su tutte le tracce! Questa è una cosa che teniamo sempre a puntualizzare, perché magari molti, non conoscendo la band, si approcciano in un primo momento a noi, pensando che io sia, appunto, Valentina. Quindi il problema fondamentale è che si confonde spesso le due voci, proprio perché magari la persona non conosce ancora la band. È una cosa che tendiamo sempre a sottolineare, a dire e a ripetere!

Tu sentirai, quindi, la mia voce soltanto nelle bonus track e su “Incomplete Life”, che sarebbe poi, alla fine, il terzo singolo di “Chimerical”. Per quanto riguarda la promozione del disco, abbiamo ben pensato di fare tutto quello che, di solito, fa una band all’esordio, soprattutto quando c’è un disco fuori: iniziare, quindi, a fare qualche live, a farsi sentire in giro.

Abbiamo iniziato a promuovere il disco live nei vari locali dell’hinterland milanese o, comunque, in zone limitrofe, in Nord Italia in generale. Per il resto, non siamo ancora approdati in territorio estero, se non comunque in altre regioni italiane, semplicemente appunto perché siamo una band nuova e non abbiamo avuto modo di risolvere questa cosa prima.

Oggi siamo qui per parlare del nuovo album, ‘The Last Night Of Fall’, che seguirà il vostro predecessore di appena tre anni. So che il lavoro che avete svolto per questo secondo disco è stato piuttosto intenso e, forse, anche un po’ ostacolo anche dall’ultimo anno, dove la protagonista assoluta, come sappiamo, è stata la pandemia globale. A tuo avviso, quale è stato l’ostacolo più grosso che avete dovuto affrontare in questi ultimi tempi? La pandemia ha, in qualche modo, inficiato la lavorazione del disco? Se sì, come ha influenzato la vostra vita professionale e quella personale?

Rossella: Fondamentalmente – e magari ti potrà sembrare un paradosso – noi, come potrai ben intuire, non abbiamo avuto alcun ostacolo, perché, comunque, abitiamo entrambi nella stessa città, quindi non abbiamo mai avuto problemi nel lavorare insieme, nel vederci o nello spostarci, perché comunque, sempre seguendo le norme della pandemia, non ci siamo mai trovati in difficoltà sotto questo punto di vista.

Sembrerà, anzi, una cosa un po’ scontata, ma anche nel nostro caso, come ho saputo da altri artisti, questo drastico cambiamento nelle vostre vite, il quale ha portato tanti cambiamenti a sua volta, ha fatto sì che ci desse più ispirazione anche in quello che stavamo già facendo.

Alcuni brani che, quindi, sentirai nel disco, principalmente “Hysteria” – ti anticipo questa piccola gemma – parla dello status della persona, di come si è trovata, appunto, durante la pandemia, come tutt’oggi ci si ritrova, quindi le sensazioni, i sentimenti, le turbe interne di ogni singola persona che sta vivendo questo periodo.

Abbiamo voluto rappresentarlo tanto con “Hysteria”, perché è un pezzo che a noi sta molto a cuore. Per quanto riguarda tutto il resto, abbiamo voluto veramente fare tutto in grande, nelle nostre possibilità. Noi ci riteniamo, appunto, soddisfatti di quello che abbiamo fatto e non vediamo l’ora che tutti quanti voi possiate ascoltarlo!

In questo nuovo album, ti vediamo maggiormente più coinvolta in veste anche di compositrice. Hai lavorato a stretto contatto con Francesco. Cosa puoi dirci in merito al processo di songwriting?

Rossella: È la prima volta che lavoriamo insieme, ma è come se lo fosse da sempre. È come se avessimo sempre lavorato insieme, di fondo c’è questa cosa che abbiamo molta affinità, molto feeling anche nel modo di pensare e ci siamo trovati estremamente bene a lavorare in coppia! Ti posso solo dire che, avendo tutte queste cose in comune, il disco che abbiamo confezionato alla fine è il prodotto, è il risultato di una collaborazione veramente forte, veramente unita di due persone che ne formano una.

Francesco: Alla fine tu hai fatto una premessa dicendo che hai notato alcuni aggiornamenti da parte di Rossella, dai quali traspariva tutta la fatica nel realizzare un disco che, comunque, è una fatica senza dubbio. Mi riallaccio un po’ anche alla tua considerazione iniziale: quando siamo entrati nel primo lockdown, c’è stato un impatto emotivo molto forte e quello, per noi, è stato una fonte di ispirazione incredibile, perché nessuno di noi qui ha mai vissuto un’esperienza del genere!

Sentivamo, quindi, un impatto emotivo molto “ispirante”, se si può dire, e da lì abbiamo cominciato. Beh, alcuni pezzi li avevamo già scritti, però la parte più importante, forse, l’abbiamo concretizzata in quel periodo, anche sull’onda emotiva di questa pandemia. Adesso io non riuscirei, non so lei, perché non ne possiamo più, quindi lo stato emotivo di prima è diventato una rottura di scatole. Non se ne può più! Capisci che le cose cambiano, cambia la percezione, adesso c’è un totale rifiuto di questa situazione, quindi noi non vediamo l’ora di fare una vita regolare, per poi  trovare l’ispirazione nello scrivere qualcosa di nuovo.

In quella fase, però, l’impatto emotivo è stato così forte che ci ha permesso anche di trovare una quadra anche in termini di tempo a disposizione, che per forza di cose era molto maggiore rispetto alla nostra vita precedente. Come diceva Rossella, il processo è stato molto naturale, abbiamo la stessa visione del progetto, della proposta musicale e, per chiudere, ti posso dire che non è facile, perché i problemi di formazione di cui si parlava prima, erano sempre motivo di scontro ed allontanamento di alcuni componenti, perché non si riusciva a trovare una quadra su questo.

Con Rossella, invece, è stata una cosa molto naturale, quindi le canzoni vengono create da noi due, le portiamo alla band già praticamente finite ed insieme le concretizziamo e andiamo a strutturare tutte le parti che riguardano noi, singoli individui. Abbiamo sempre sotto controllo tutto, lei soprattutto, è una macchina da guerra e questo è il nostro processo di songwriting del disco.

Il disco uscirà ufficialmente su Frontiers il 7 maggio, tra pochissimi giorni! So che spesso si tende a non fare un’analisi della questione, ma quali sono le sensazioni che vi accompagnano e quali, invece, le aspettative? Sempre che ve ne siano…

Rossella: Beh, credo che le sensazioni siano veramente buone. Abbiamo notato un forte riscontro, attualmente i nostri ascoltatori maggiori provengono dagli Stati Uniti e abbiamo avuto delle concretizzazioni. Già per quanto riguardano le prevendite, abbiamo auspicato una buona situazione, poiché nello US store di Frontiers ha fatto il soldout! Adesso è stato ripristinato, fortunatamente, siamo riusciti ad andare soldout con il disco in prevendita e per noi è una gran cosa, è una grande soddisfazione e siamo molto felici che i primi due singoli siano già piaciuti.

Penso e suppongo che sia quello il motivo del sold-out, hanno apprezzato, appunto, i singoli! Questo già ci aiuta a delineare qualcosa per il nostro futuro, poi ovviamente tutto dipende da come verrà accolto l’intero disco, potrebbe essere esattamente la stessa cosa per l’intero disco come potrebbe non esserlo.

Non sappiamo! Siamo nelle mani dei nostri ascoltatori! Noi speriamo che possa piacere, c’è tanto duro lavoro e, comunque, tu l’hai potuto appurare vedendomi quotidianamente sul mio diario di bordo, però comunque le speranze, o meglio, i presupposti sembrano esserci, poi è una cosa soggettiva, dipende da persona a persona…

Avendo menzionato Frontiers, non posso non chiederti questo: come ci si sente ad essere sotto contratto con una delle etichette italiane più importanti del settore? Ho notato che Frontiers, ultimamente, ha messo sotto contratto tantissime band che mi piacciono da morire e quando ho saputo del vostro ingresso, non potevo non essere felici per voi, dato  che vi seguo da un po’!

Francesco: Intanto, quello che voglio proprio precisare in modo importante è che noi, in Frontiers, ci siamo arrivati semplicemente inviando la nostra musica. O meglio, abbiamo chiuso il disco, non perfettamente perché c’era un master da fare ma, comunque, il disco c’era, così come c’era un mix validissimo e lo abbiamo inviato non soltanto a Frontiers!

Lo abbiamo mandato anche ad altre etichette, di cui non posso farti il nome, perché è brutto dire: “Abbiamo accettato Frontiers, piuttosto che quell’altro” per delicatezza, quindi abbiamo firmato il contratto in questo modo, semplicemente come si faceva una volta: inviavi la tua proposta, incrociavi le dita e poi siamo saltati dalla sedia, perché, appunto, Frontiers aveva risposto positivamente, dicendo che ci voleva conoscere e parlare con noi per formulare un contratto.

L’antefatto è questo ed è importante, perché spesso i musicisti si rivolgono alle etichette con un contenitore finto/vuoto, dove tu devi mettere soldi. Esistono anche queste realtà, ma sono altre cose, non mi metto adesso a dare titoli e quindi è successo questo; di conseguenza, il fatto di essere sotto ad un’etichetta come questa che, come hai detto, è una label che ha fatto la storia del rock e del metal nel mondo, non solo in Italia come ben sai.

Per noi è anche motivo di orgoglio perché Frontiers non ha una storia legata al metal o al genere che facciamo noi, chi legge o ascolta potrebbe anche ignorare questa cosa. Non è molto legata a questa tipologia di metal, però Frontiers, giustamente, ha pensato bene di ampliare i propri orizzonti e cominciare ad investire – poiché si tratta di investimenti – nei confronti di gruppi con generi diversi dall’AOR, dall’hard rock. Questa possibilità è cascata e coincisa con il nostro disco.

Rossella: Diciamo che ci siamo trovati con il disco giusto al posto giusto nel momento giusto!

Francesco: Esatto! È una cosa importante e questo lo voglio ribadire, perché se tu continui a mandare le tue demo ad un’etichetta che, in quel momento, non ha la possibilità di prendere un altro gruppo, perché, appunto, come ti dicevo all’inizio, si tratta pur sempre di investimenti, è ovvio che è un contenitore chiuso, nel senso che dopo che ha fatto degli investimenti, se non ha degli introiti, poiché è una società, una azienda e come tale, ha bisogno di uscite e di ingressi.

È inutile, quindi, mandare la tua demo ad un’etichetta che, in quel momento, non ti risponde, perché non ti risponderà mai! Bisogna, quindi, riuscire a capire dove mandare il proprio materiale, avere le antenne drizzate e comprendere quale è la situazione migliore!

Noi abbiamo fatto una lista di etichette che ci interessavano, a cui potevamo ambire o comunque provare ad ambire e Frontiers aveva aperto – e tuttora ha aperto questa opportunità che si chiama Frontiers & Beyond – dove, appunto, chiunque può mandare la propria proposta musicale, secondo dei requisiti che ti vengono posti, di conseguenza a noi è successo questo. Siamo onoratissimi, lavoriamo con questa squadra di persone fantastiche, tutte molto disponibili, siamo molto contenti!

Rossella: E’ una famiglia, noi ci siamo sentiti catapultati dentro questa realtà che è una famiglia. Sono tutte persone, come dice Francesco, molto disponibili, con una passione e amore – e non lo dico perché Frontiers è la nostra etichetta ma perché è così e tu, magari, mi conosci un po’ e sai che sono una persona sincera e schietta su queste cose, lo dico veramente col cuore – sono persone che fanno il loro lavoro con passione, dedizione e lavorano benissimo! Noi ci stiamo trovando veramente bene e siamo molto felici di lavorare con loro!

L’album finora è stato anticipato da un paio di singoli, il cui riscontro – ho notato – è stato oltremodo più che positivo. Parlo di “Voices” e “Rain Of Souls”. Ti andrebbe di svelarci qualcosa di questi due singoli? Ritieni che, in qualche modo, possano essere un valido biglietto da visita della band per presentarsi a chi volesse farsi un’idea sul vostro sound?

Rossella: Ti parlo io, perché principalmente l’autrice dei testi sono io, quindi parlando, magari, sul significato delle parole posso essere più utile in questo caso! Per quanto riguarda “Rain Of Souls” e “Voices”, sono due pezzi che, all’unanimità, abbiamo scelto per rappresentare l’intero album.

Chiaramente non lo rappresentano al 100%, il nostro nuovo album presenta diverse sfumature, tra l’altro apro una piccola parentesi: molti recensori o, comunque, persone che hanno fatto articoli sul nostro conto si chiedono perché ci etichettino goth metal piuttosto che symphonic metal o perché c’è un po’ di confusione sul nostro genere. Di solito è sempre così per le band e tu lo saprai, quindi noi chiariamo sempre questa cosa, noi diciamo che ci definiamo una band “dark metal”, perché semplicemente racchiudiamo insieme diversi sottogeneri.

Abbiamo diverse sfumature, c’è la sfumatura più goth, c’è quella più doom, quella più prog e, a sua volta, anche quella symphonic, quindi il tutto viene racchiuso nel termine “dark metal”, nel nostro modo di vedere. Chiusa questa parentesi, per quanto riguarda il significato di “Voices” piuttosto che di “Rain Of Souls”, comunque sia sono tutti testi – così come quelli dell’intero disco  – principalmente orientati alla psicologia umana.

Probabilmente, non so se hai approfondito il discorso sul titolo, “The Last Night Of Fall”, per noi ha un significato molto forte, simbolico, è più poetico che altro, direi! Parla sempre della psicologia umana. Come avrai potuto vedere anche dalla copertina dell’album, ti spiego in breve a che cosa si riferisce, ovvero alla coscienza umana: essa viene intesa come il cervello di una persona, da dove, appunto, si sprigionano queste emozioni, quindi tutto il disco è basato, fondamentalmente a livello dei testi, su un ambito psicologico.

Non a caso, appunto, questa cosa la ricevi dai False Memories, quindi ci piace la psicologia! “Voices” è un pezzo che parla principalmente del tormento costante dell’animo umano, dove questa persona, l’ascoltatore, di solito si approccia quando è in un momento di turbinio di emozioni. Ciò che tu avverti durante l’ascolto di “Voices” è, appunto, un turbine di emozioni un contrasto tra rabbia, paranoia e ossessione costante che è nella persona, quindi è un’anima in continua sofferenza, un continuo lamento.

Questa è una delle canzoni che maggiormente esprime un concetto di emozioni interne della coscienza dell’animo umano, quindi rappresenta molti altri pezzi del disco, mentre per “Rain Of Souls” è stata una scelta un po’ più generica. Secondo noi era il pezzo un po’ più “catchy”, senza peli sulla lingua, quindi ci piaceva il fatto che fosse un po’ più radiofonico, un po’ più di facile acchito. La gente poteva avere una facile introduzione a ciò che in realtà, poi, avrà durante tutto l’ascolto di “The Last Night Of Fall”.

In merito, appunto, a “Rain of Souls”, ci sono alcuni versi che sembrano, a modo loro, voler dare un messaggio di incoraggiamento e di speranza. Mi riferisco in particolar modo alla frase “Bury any fear, so you don’t float in the emptiness of silence. You can’t stay there watching the falling world, the world falls!”. Ho sempre pensato che la musica, in qualche modo, sia una sorta di terapia sia per chi ascolta, ma soprattutto per chi scrive. Siete d’accordo? Rossella, che tipo di messaggi volevi dare con questo brano, sempre che ve ne sia uno?

Rossella: Io penso che anche Francesco sarà d’accordo con me nel dirti che hai fatto una giusta considerazione a riguardo! Sì, questa frase in particolare non a caso è posta nel ritornello, sono contenta che tu l’abbia recepita quindi mi fa capire che funziona! È una frase messa apposta lì per incoraggiare la gente a reagire, perché in questo periodo ci siamo trovati un po’ a dormire su noi stessi, è un periodo in cui tutti quanti, volenti o nolenti, siamo entrati in letargo.

Siamo tutti a casa, ci ritroviamo tutti nelle quattro mura domestiche, quindi è un modo di dire alle persone, di spronarle a reagire e a fare qualcosa, a non lasciarsi cadere su se stesse. “Bury any fear, so you don’t float in the emptiness of silence”, questa frase, ad esempio, ti invita proprio a reagire, è assolutamente un modo per incoraggiare la gente. Io lo dirò sempre, come l’ho detto prima lo dirò anche in futuro, con la musica noi cercheremo sempre di stare vicino alle persone, a chiunque ci ascolti!

È una cosa a cui i False Memories tengono tantissimo, noi teniamo tantissimo alle persone che ascoltano la nostra musica e siamo sempre felici di essere accolti fra le loro braccia, quindi per noi è tutto un dare e ricevere. È importante che noi, con il nostro dare, poi appunto riceviamo, come io in questo momento ho ricevuto da te! Grazie!

Francesco: Io vorrei dire una cosa, non tanto legata al testo, poiché Rossella ha spiegato, appunto, nel dettaglio, ma volevo fare una precisazione sul fatto che noi facciamo la musica che, per qualcuno, può essere piuttosto cupa. Magari uno può travisare e dire che facciamo qualcosa di depresso, di depressivo, ma in realtà quello che vorrei cercare di spiegare è, per come la vedo io, che se io sono in uno stato emotivo introspettivo, quello di cui ho bisogno per recepire quel messaggio di rialzarmi, di speranza, non è di uno che entra dalla porta con il fischietto in bocca e cappellino rovesciato mentre balla la macarena!

Ho bisogno di qualcuno che capisca il mio stato emotivo e che da quel punto di partenza, riesca quindi a veicolare il suo messaggio, perché da uno che entra dalla porta così non me ne faccio nulla, lo prendo a pugni; invece, da qualcuno che mi sta molto vicino, mi fa capire e comprendere che mi sta comprendendo ed in quella comprensione, io mi apro e mi lascia il suo messaggio di speranza, allora dopo capisci che noi siamo riusciti a fare qualcosa a livello emotivo nei confronti di chi ci sta ascoltando.

Questa non è per forza una terapia che consiglia lo psicologo, però spesso nella musica – e qua entra la sfera soggettiva – ognuno di noi ha bisogno di qualcosa e chi ascolta la nostra musica, ci rendiamo conto che non sono persone depresse… anzi, sono persone che riescono a codificare la nostra musica in modo giusto! Questa è una cosa molto importante e penso che, per questo motivo, a qualche persona piaccia il nostro genere, a qualcun altro affatto, poi va beh ci sono quegli individui che ascoltano di tutto.

Noi come False Memories ci affacciamo a questo genere di musica, perché sentiamo questa potenza, questa forza della nostra musica che non deriva dal fatto che noi scriviamo, bensì dal fatto che noi, dalle nostre composizioni, andiamo a muovere quella cosa lì che è il vero motivo per il quale scriviamo, veicoliamo i nostri messaggi. Tutto qui!

Vista ancora la condizione abbastanza critica che stiamo vivendo in Italia a causa della pandemia globale, avete pensato a come promuoverete al meglio il disco? Avete in mente qualcosa?

Rossella: Prima di tutto, stiamo progettando un release party, speriamo di farlo entro l’estate, poiché, comunque, sarebbe il periodo ideale per fare concerti perché in primo luogo sembra che il covid sia un pochino meno aggressivo nei confronti della gente e, secondariamente, sarà prossimo all’uscita, quindi sarebbe il periodo ideale sia per noi, che in generale per fare un live.

Ci stiamo anche muovendo sul fronte live, anche se è un argomento un po’ spinoso, perché comunque non è facile andare, magari, a cercare le date giuste in vari festival, specialmente a causa di tutte queste date rinviate, festival che si sarebbero dovuti fare, come ben sapevi, come il Milady Festival, il quale è stato rinviato e non si sa se vi sarà una data certa. Come fai? Mi metto nei panni di Massimo, come fai a fare una data con tutte quelle band e tutte quelle persone? C’era tanta gente che, probabilmente, sarebbe venuta ed è molto difficile quantificare, dare dei numeri, dare delle date.

Stiamo cercando di risolvere un po’ questa situazione, stiamo cercando alcune date anche un po’ più piccole, pur di promuovere un po’ l’album in uscita. Noi giustamente speriamo e siamo nelle mani della scienza, poiché comunque, si sa, si sta andando avanti con i vaccini, adesso sono stati fatti anche dei test con dei live! Uno è stato fatto in Spagna, se non sbaglio, ed un altro in centro Europa, probabilmente faranno anche qualche test qui in Italia, staremo a vedere! Speriamo che si risolvi il prima possibile!

Francesco: È molto difficile fare previsioni! Su questo aspetto è la cosa più difficile da fare, perché è difficile proporsi a qualcuno, capisci, sembra quasi indelicato. Magari hai i locali chiusi e tu vai a chiedere la possibilità di fare un live. Ti chiederebbero: “Ma in che mondo vivi?”. È una situazione molto, molto difficile! Ci si aggiorna di settimana in settimana, praticamente…

Sappiamo che i live streaming, spesso, richiedono tanti sforzi economici e tanto impegno nella realizzazione, ma pensate che possa anche essere una valida alternativa per promuovere al meglio la musica? Quale è il vostro pensiero in merito?

Rossella: È un’altra cosa un po’ spinosa, perché come hai già preannunciato tu, è una cosa molto difficile da fare anche a livello economico. L’abbiamo visto più volte e noi stessi lo abbiamo provato. Abbiamo provato a fare un live streaming al Midnight Club di Bergamo, a Grassoppio e abbiamo provato a fare un live streaming da lì. È andato abbastanza bene e, comunque sia, è stato un evento gratuito, abbiamo trasmesso in diretta su Facebook.

È stata più che altro una prova che abbiamo voluto fare insieme agli amici Gian ed Elisa,i gestori del locale, e si sono occupati loro, insieme al regista, di fare questo esperimento insieme a noi. Siamo stati ovviamente molto felici di partecipare e abbiamo assolutamente accolto la loro idea, ma comunque sappiate che non è molto facile per noi musicisti fare una cosa del genere, a meno che tu non sia una band grande, perché significherebbe avere una produzione imponente.

È tutto commisurato alla qualità e alla quantità e via discorrendo. Sicuramente potrebbe essere una alternativa, più o meno valida, per promuovere dischi, magari in assenza di live fisici, il problema è che, comunque, mancano diverse componenti perché bisogna dire questa cosa, senza peli sulla lingua!

Manca, purtroppo, la sensazione di essere davanti al palco, tutte le cose che, sicuramente, anche tu starai accusando come mancanza e anche noi, non per forza su un palco, ma sotto, perché anche a noi piace andare a vedere la musica, quindi sappiamo cosa vuol dire vivere quel momento!

Francesco: Io, invece, lo ritengo un palliativo, per quello che è, nel senso che è molto innaturale! Come spettatore, riesci ancora a goderlo il concerto in streaming, come musicista è una cosa stranissima, perché appena finisce il pezzo, c’è il silenzio più totale, hai queste telecamere che ti guardano con il loro modo assente di scrutare. Quando suoni dal vivo, hai un ritorno continuo, anche se hai poca gente stai capendo come l’impatto della tua musica si sta diffondendo e non può essere una percezione solo tua.

Deve esserlo anche di chi ti sta guardando, invece in quel caso la percezione è solo tua, quindi abbiamo vissuto una bella esperienza. Non posso negarti questa cosa, però penso che sia una cosa che fai proprio quella volta, che è una particolare necessità, poi come stavate giustamente dicendo voi, ci sono dei costi. Il caso, appunto, dei live streaming dei Katatonia, ad esempio, c’erano dei biglietti da acquistare e in quel caso, uno spettatore dice: “E’ uno dei miei gruppi preferiti, fa un concerto in streaming e me lo guardo. Pago il biglietto volentieri e me lo guardo”, però quando si parla di band che non hanno quella visibilità, è morto completamente.

Non ti guarda nessuno, già non ti venivano a vedere quando suonavi dal vivo realmente, se non puoi mettere un biglietto e quindi devi anche pagare lo staff tecnico che realizzi tutto quanto, dal punto di vista del video e dell’audio, poiché devi avere anche un audio di un certo tipo, per le band piccole e che vorrebbero crescere è un salasso, perché anche se avessero i soldi, non avrebbero tutto sto riscontro!

C’è da dire, però, che in pochissimi anni siete molto cresciuti e avete ottenuto tantissimo riconoscimento, grazie soprattutto alla vostra determinazione e alla dedizione che avete investito nei False Memories. Spero che la mia penultima domanda non sia troppo scontata, ma secondo te/voi quanto è difficile effettivamente, oggi giorno, per una band ancora “Nuova” riuscire a farsi strada da soli e cercare di avere anche il minimo riscontro sia in rete, che al di fuori di Internet? Quanto lavoro serve, effettivamente, affinché arrivino i primi risultati?

Rossella: A parer mio, è molto difficile, molto, molto difficile, soprattutto all’inizio è quasi impossibile, poiché c’è molta diffidenza, soprattutto verso il nuovo! Diciamo che c’è anche una proposta, rispetto agli anni ’80, ’90, c’è una proposta di band molto più numerosa, quindi l’ascoltatore, in genere, tende ad essere più diffidente, più selettivo, perché ha troppa roba da ascoltare.

Quindi, si trova davanti ad un muro di band underground e deve decidere chi ascoltare! Di solito, si perde d’animo e si tende ad ascoltare le band che sono già più note. Questa non è né una colpa dei musicisti, né dell’ascoltatore, purtroppo è una situazione che si è venuta a creare, anche dopo l’avvento di Internet, quindi tutti quanti si sono riversati e ognuno può farsi la pubblicità che vuole con i soldi che vuole (ma anche senza), se si hanno utilizzare gli strumenti virtuali si riesce in qualche modo a farsi strada, piano piano.

Sicuramente, come tu hai detto, non è una cosa molto facile e può assolutamente aiutare, anzi aiuta certamente la determinazione in quello che si fa, il fatto di credere ai propri obiettivi, ci si prefissa degli obiettivi e se si crede fermamente di volerli raggiungere, però non basta soltanto crederci!

Bisogna anche fare, bisogna agire. Forse dall’esterno non si noterà molto, ma io sto sulla band 24 ore su 24, sto costantemente col pensiero di fare qualcosa di nuovo, è sempre lì! Voglio comunque portare avanti il progetto, perché è quello che un giorno vorrei che fosse la mia unica fonte di sostegno, di guadagno, perché è dove io credo maggiormente.

Francesco: Anche io vorrei risponderti a questa domanda e vorrei anche ringraziarti, perché è una domanda molto intelligente quella che mi stai ponendo. Lo dico veramente, perché io noto che molte band continuano a fare gli stessi errori e non lo dico con arroganza, tipo: “Ah, guarda noi”. Assolutamente no, non è questo il punto! Tu dici: “io ho visto la band crescere”, perché altri gruppi non ci riescono?

Io ti dico il mio parere, perché può essere soltanto il mio, magari qualcun altro potrebbe avere un’idea diametralmente opposta! Io penso questo: molte band hanno delle idee molto stravaganti su come si faccia a mettere un mattone sopra un altro. Questo scollamento dalla realtà la reputo la causa principale del fallimento di molte band, il talento è uno dei requisiti, ma non basta solo quello!

Ci vogliono anche le scelte giuste ed io noto che molte band non investono sulla qualità della loro proposta musicale. Io, ad esempio, entro in pagine Facebook di gruppi dove vedo 750 foto di ogni genere (HD, 4K), faccio fatica a trovare la canzone. Questo per me è inaccettabile, perché poi quando trovi la canzone l’hanno missata a casa con la batteria finta, perché magari hanno voluto risparmiare su questa cosa, però poi il book fotografico da mille e una notte lo hanno realizzato subito prima ancora di iniziare a scrivere! Ecco…

Rossella: Più che altro, sono fuorvianti, perché si deve andare al pensiero primario, ovvero una band fa musica, quindi la prima cosa, fondamentalmente, da curare è la musica! È vero, l’immagine è molto importante, lo sappiamo bene, però secondo me è sempre importante indirizzare principalmente su quella cosa.

Francesco: C’è un bilanciamento, no? Io devo, con la mia immagine, con l’immagine che voglio dare della mia band, devo promuovere la mia musica, ma non il contrario, perché molte volte sembra sia proprio un contorno. Per me questo è l’errore numero uno che molte band fanno, poi un’altra cosa che voglio dire è che noi siamo una band di “poveracci”, nel senso che io sento di band che pagano per suonare ai concerti  e questo è un argomento che mi sta molto a cuore.

Noi non abbiamo mai pagato un euro per suonare e mai lo faremo, perché la riteniamo una cosa assurda e sappiamo di gruppi che hanno deciso di farlo, però non li sto condannando, né giudicando! Ognuno è libero di fare quello che vuole, se ha dei soldi a disposizione e crede che quella singola data con un gruppo più famoso li possa portare da qualche parte, hanno buttato via i loro soldi, perché fanno quel concerto e dopo un mese non se li ricorda più nessuno! Queste band non hanno investito sulla loro continuità di gruppo, hanno investito sulla singola apparizione pagando lo slottino e sono finiti nel nulla.

Questi sono gli errori che fanno in tanti, quando invece bisognerebbe fermarsi un attimo, mettere sul tavolo quella che è la propria proposta, crederci e non stra-crederci, nel senso che ad un certo punto devi anche incominciare a fare degli aggiustamenti, no? Non devi crederci troppo, devi anche essere sempre attento ed essere in tempo a cambiare strada, adattare un pochino la situazione, perché spesso si è super lanciati e poi si sono lanciati contro un muro.

Spero di averti comunque risposto, perché comunque è tutto fatto con passione, sicuramente, dedizione, ma bisogna anche saper scegliere le giuste cose. E, soprattutto, non credere che con i soldi, con il singolo slot, aprendo ad un gruppo famoso, questa cosa ti porti da qualche parte.

Rossella: Bisognerebbe avere un buon senso auto-critico, bisogna avere una buona auto valutazione di ciò che si sta facendo. Secondo me, perché se ci si iper vanta di ciò che si sta facendo, ci si sottovaluta e non va bene in entrambi i casi. Sono gli estremi che non vanno bene, so che sembra una frase fatta ma “la verità sta nel mezzo”. Bisogna sempre avere quell’equilibrio.

So che non è facile, però ci si può arrivare! Tra un errore e l’altro bisogna vedere cosa c’è che non va e, quindi, aggiustare quell’errore. Noi ne abbiamo fatti di errori, perché non è che siamo Gesù sceso in terra. Noi abbiamo fatto tantissimi errori durante il nostro percorso.

Da quelli abbiamo imparato e abbiamo evitato di rifarli. Bisognerebbe avere un senso autocritico ed è quello che mi piacerebbe vedere anche in altre band. Ovvero avere più senso autocritico e riuscire a vedere più gruppi che brucino più velocemente le tappe!

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