Intervista di Arianna Govoni

Il metal in Italy ha certamente tantissime carte da giocare, questo è molto più che evidente… ed è proprio dal magico cilindro che il panorama nostrano porta alla luce una band meritevole dell’attenzione globale dei media: Hidden Lapse. Il combo marchigiano torna alla carica più energico e forte di prima e presenta al grande pubblico la sua nuova release discografica, “Butterflies”. Un concept album, questo, che ci mostra una band decisamente in forma e artisticamente matura rispetto all’esordio. Per l’occasione, FMW ha scambiato un paio di chiacchiere con la band per parlare, appunto, di questo secondo capitolo e dei nuovi progetti incombenti…

Ciao ragazzi, benvenuti su Femme Metal Webzine. È un piacere ospitarvi. Come state?

Marco: Bene dai, qualche acciacco personale, ma si va avanti!

Romina: Ricaricata dopo l’estate!

Beh, direi di iniziare questa conversazione con una prima e banalissima domanda, ma necessaria per introdurvi ai lettori e a chi avrà modo di entrare in contatto con voi. Vi andrebbe di accennarci qualcosa in merito alla band? Chi sono gli Hidden Lapse?

Marco:  Siamo un gruppo power prog nato tra i nebbiosi colli delle Marche. Inizialmente un duo strumentale (Marco e Romina), abbiamo iniziato a sviluppare il desiderio di una “concept” band incentrata su sogni e visioni, racconti che nel tempo si sarebbero intrecciati in un grande disegno. Abbiamo iniziato a scrivere “Redemption” nel 2015 e l’ho poi completato nell’arco di pochi mesi, anche se per una serie di vicende, la produzione ha richiesto circa due anni. Nel tempo il sound si è evoluto verso quel che realmente amo fare, lasciando ampi spazi interpretativi ai miei compagni di viaggio. Ritmiche pulsanti di Alessio e Romina, la voce eterea di Alessia e il mio riffing da (cito un collega) “gatto randagio”. E’ un pò il connubio di melodie moderne e un sound power piuttosto quadrato a mettere in piedi quel che definirei il sound degli HL. Ci piace suonare così, un pò “di pancia”, senza troppi calcoli. Di fatto, siamo davvero poco “female fronted” in termini di realizzazione: non scrivo brani pensando a connotati sinfonici, come spesso accade: esce quel che esce e Alessia è bravissima ad aiutarmi a rendere quelle idee dei brani solidi e compatti.

Lo scorso 31 maggio è uscito per Rockshots il vostro nuovo album, “Butterflies”. Vorrei partire proprio da una domanda basilare inerente al titolo stesso: come mai questa scelta? Che cosa rappresenta la figura della farfalla per voi? Di solito la farfalla è sinonimo di libertà, indipendenza…

Marco: I personaggi raccontati nel disco, come tutti noi, sono farfalle in un certo senso: portano con sé mutamento, a volte una vita più rapida di quanto vorremmo e una bellezza che spesso fa a pugni con l’essere anche un pò larve nei confronti dell’esistenza. Ci evolviamo e regrediamo in fretta, croce e delizia umana.

Romina: L’arte è sempre un riflesso della vita e la figura della farfalla parla di questo concetto, poiché simboleggia il cerchio della vita, della crescita del cambiamento.

L’artwork, così come le foto promozionali, si ricollegano a tutto il concept del disco. Chi l’ha progettato?

Romina: L’idea dell’artwork è nata in contemporanea alla stesura dei brani.. sin da subito abbiamo pensato con Marco che, a differenza del primo album, qui le tonalità scure avrebbero dato risalto all’atmosfera del disco, per questo la scelta dei colori è caduta sul blu e sul viola, richiamando il simbolismo spirituale della farfalla, della metamorfosi, dell’evoluzione a cui noi, come i personaggi dei brani, veniamo chiamati a rispondere da una fase all’altra della vita. Proprio in merito ai personaggi, all’interno dell’artwork ci siamo messi in gioco durante le photo session, divertendoci ad impersonare un aspetto di ognuno di loro… nell’intepretazione grafica ogni farfalla che vediamo è unica proprio come l’individualità di ogni essere umano, ma alla fine le nostre vite restano in qualche modo tutte connesse, le scelte che facciamo, anche quelle che possono sembrare più banali, influenzano in maniera inevitabile l’esistenza nella vita degli altri.

Il disco vanta la produzione di Marco, appunto. Che cosa puoi dirci del tuo lavoro in veste di produttore? Ti vedi maggiormente in questa veste o ti vedi più come musicista della band? Quale ruolo ti aggrada di più?

Marco: Sono un musicista che smanetta col pc ahahaha. Mi trovo a mio agio a comporre e mettere subito su hard disk. La nostra preproduzione e fase compositiva coincide. Creo il brano, getto le basi per gli strumenti di tutti: loro fanno loro il concept, tolgono quel che ho messo e si inseriscono nel mix come meglio credono. E’ un flusso. La produzione rappresenta una parte fondamentale, ma in questo devo ringraziare il mio grande amico e professionista Francesco Pellegrini degli Walls of Babylon (con loro portiamo alto il nome della nostra terra natia!), che ha svolto un lavoro egregio nello sviluppo del sound in “Butterflies”, offrendomi anche spunti di produzione futuri non indifferenti. L’insieme della mia preproduzione e della sua opera di mix e mastering hanno dato vita al nostro secondo lavoro e spero a molti altri. Diciamo che il mio onere di produttore inizia e finisce nella fase compositiva e di supervisione dello sviluppo, ma lascio che tutti siano in larga parte produttori della propria porzione di lavoro.

Che cosa è cambiato rispetto al vostro debutto? Vi sentite più maturi e più consapevoli del vostro potenziale? Quali sono state le differenze maggiori dal vostro esordio ad oggi?

Marco: Assolutamente più maturi. Abbiamo una formazione stabile, una grande unione (con radici nel passato) e una forza d’animo non indifferente. “Redemption” è un ottimo disco, lo adoro con tutte le sue follie: “Butterflies” rappresenta ciò che voglio suonare e l’habitat naturale per noi quattro. E’ un power prog viscerale, siamo un gruppo che punta molto all’impatto live senza fronzoli. Non badiamo molto all’essere perfetti e preconfezionati ed è un atteggiamento che trova origine dal grande desiderio di esprimerci e condividere col nostro pubblico innanzi tutto la passione. Riuscire a viverci è una chimera, ma vivere anche di questo è possibile e non lo sarebbe senza l’evoluzione che abbiamo affrontato tutti insieme in questi anni abbastanza complessi per una moltitudine di ragioni. Oggi siamo davvero un gruppo e questa è la cosa più importante. Curiosamente, non proviamo mai. Proviamo dal vivo, al soundcheck (quando è possibile…). Saliamo, ci guardiamo, Alessio manda l’intro e quel che succede succede ahaha. E’ il nostro modo di essere, parte della filosofia di vita degli Hidden Lapse.

Alessio: Beh per quanto mi riguarda “Butterflies” è stato il mio vero esordio su disco con la band. Mi sono infatti unito al progetto durante la fase promozionale di Redemption, quando l’album era già terminato. Questo disco rappresenta invece un passo in più: ho lavorato duramente nella fase di pre-produzione con Marco per curare tutti i dettagli e penso che nell’album si senta anche il mio tocco. È un platter a mio parere molto più maturo e diretto.

Quanto è importante, al giorno d’oggi, avere anche il supporto delle etichette alle spalle?

Marco: Fondamentale, purché le persone con cui si ha a che fare siano professionisti. Lavorare con qualcuno che sa ispirarti senza importi nulla e che riesca a farti trovare la tua dimensione è importantissimo. L’autoproduzione è possibile, ma è un’altra storia. Non sarei mai il musicista che sono oggi, in ambito Hidden Lapse, senza l’aiuto professionale e attento di Rockshots. Non è campanilismo, non sono un ipocrita e la mia testa dura è ben nota negli uffici della label ahahaha. Proprio per questo ringrazio RS ogni giorno per l’attenzione con cui mi hanno aiutato a comprendere quel che si poteva migliorare e come migliorarlo. Poi l’attività dell’artista parte anche dalla propria volontà: la label non è una balia. Bisogna sapersi ricavare il proprio spazio, propri contatti e le proprie serate. La label è un’azienda che cerca di crescere e far crescere ogni suo artista, ma questo deve saper recepire e imparare a muoversi. Diciamo che le aspettative nei confronti delle label sono un pò l’arma a doppio taglio della scena: loro possono anche essere maestri nella loro arte, ma servono fondamenta su cui lavorare o tutto si disgrega. Diciamo che anche qui, la verità sta nel mezzo: avere un’etichetta competente è fondamentale, ma bisogna sapersi far aiutre.

Ricollegandomi a quanto ho chiesto pocanzi, perché molte band, ad esempio, si trovano in difficoltà e si affidano sempre più spesso all’aiuto dei fan o alla raccolta fondi lanciata online pur di avere un minimo di sostegno? Perché spesso le labels tendono a non prestare attenzione alle band che dovrebbero rappresentare e supportare attivamente in ciascun aspetto promozionale?

Marco: È un discorso ampio e un campo minato ahaha. Bisognerebbe fare un bilanciamento tra meriti e promozione: ci sono band molto valide che restano nell’anonimato e band piuttosto banali che avanzano come caterpillar. In Italia fa molto più comodo dire che “il metal è morto” piuttosto che investire tempo e risorse nella sua divulgazione. La nostra scena non solo è viva: si evolve e porta con sé un interessante connubio tra passato e presente (dai DGM ai Temperance, dai Trick or Treat agli Walls of Babylon, perché no, anche gli Hidden Lapse!) e lo fa con stile a mio avviso. Il pubblico metal è esigente, in tutto il mondo, in Italia specialmente. Io ho sempre desiderato di avere uno spazio qui, nel nostro tormentatissimo paese, proprio per confrontarmi con altre realtà, aiutarci a vicenda e rinnovare festival, eventi e una vera e propria scena. Bisogna darsi da fare, le label ci sono (la nostra Rockshots è esemplare) e sanno fare il proprio mestiere che è promuovere buoni prodotti, non sostituirsi al gruppo. Credo che gran parte del problema, oltre a un sistema senz’altro da rivedere, risieda negli artisti stessi, spesso svogliati e poco propositivi. Non bisogna per forza essere Bowie, Dylan o Dickinson per essere “bravi”: bisogna avere coraggio, voglia di fare e personalità.

Romina: Purtroppo il mercato della musica è cambiato ed è una situazione che riguarda un tutti i generi, non solo il metal.. si vende di meno, la gente si interessa più ad un prodotto di facile ascolto, basti pensare alle piattaforme streaming dove se da un lato hai a disposizione migliaia di band e di brani, dall’altro l’ascolto è più distratto, è sparito il concetto di album per fare spazio a quello di playlist. Con questo clima non è facile per le etichette sopravvivere.. devo dire però che la nostra Rockshots e poche altre in Italia, credono e sostengono le proprie band lavorando insieme a loro in ogni aspetto della produzione. Personalmente credo che le raccolte fondi online funzionino solo nel caso di un artista già affermato che ha un seguito di fans piuttosto ampio, le band emergenti che non hanno un tale bacino di utenza, possono contare solo sul sostegno del pubblico ai propri concerti.

Cosa bisognerebbe fare per cambiare la situazione?

Marco: Andare ai concerti. Fin quando ho potuto ho girato e lo faccio tuttora quando le finanze e il tempo lo permettono, ma chiaramente stando spesso “sul palco”, ora devo chiedere ai nostri fratelli di farlo per noi. Il supporto live è tutto: inutile prendersela coi locali se poi (storie reali) ai concerti di cartello si presentano in venti. Chiaro che è durissima per un gruppo in costruzione… La fanbase è tutto, così come lo è la competenza dei gestori (inutile negarlo): la musica dal vivo è un rischio, ma tutta l’arte lo è. Possiamo prendercela a morte con tassazione e burocrazia, ma bisogna anche saper fare il proprio mestiere.

Romina: Incoraggiare la gente a sostenere le proprie band andando più spesso ai concerti, oggi si sta perdendo un po’ l’abitudine per l’ascolto dal vivo a favore di un ascolto streaming.

Ad aprile vi siete esibiti in supporto ai Seventh Wonder per le date di Bologna e Retorbido. Personalmente, avevo già avuto modo di vedervi esibire sul palco dell’Alchemica con i Temperance, ma so che siete quasi di casa al locale, tant’è che la direzione vi ha poi affiancati insieme agli Imago Imperii, la band in cui milita il batterista Alessio. Che cosa avete provato nel condividere lo stesso palco con Tommy Karevik e compagni?

Marco: Ci sarebbe tanto da dire, ma non è semplice. Al di la del fatto che tra le due date l’auto mi ha tradito, lasciandoci nel cuore della notte a mirare le straordinarie campagne della zona… ahahah Lasciamo stare…I Seventh Wonder rappresentano un punto così importante per le nostre vite che dovremmo raccontarti anni di eventi per trasmetterti anche solo un decimo di quel che sono per noi. Essere lì è stato fantastico, sono persone eccezionali, abbiamo condiviso cavi, chitarre e centimetri preziosi di palco per un’esperienza straordinaria. Anche se non in modo marcato in termini di “genere”, i SW sono una fonte inesauribile d’ispirazione per i miei lavori. Mi hanno insegnato molto e poter esprimere la nostra arte al loro fianco è stato qualcosa di mistico ahahah. Nota di merito a Dagda Club e Alchemica: i grandi eventi possono essere dei disastri se la venue non è all’altezza; i due locali si sono distinti per professionalità e capacità di gestione eccellenti.

Alessio: Un’emozione indescrivibile. A volte ancora non riesco a credere di aver chiacchierato con Tommy, scambiato pareri batteristici con Stefan (Norgren, batterista) e scherzato con Andreas (Blomqvist, bassista).  E’ stata sicuramente un’esperienza incredibilmente formativa ed un piacere conoscere musicisti così “umani”, nonostante per noi siano degli idoli.

Avendo assistito alla data bolognese, devo dire che il pubblico è stato molto affiatato e bello partecipativo. Raramente si vede così tanto supporto nei confronti di una band ancora così giovane. Quali sono le vostre impressioni a riguardo? C’è da dire che Alessia è stata molto coinvolgente e la risposta degli spettatori non si è fatta attendere a lungo!

Marco: Come in parte anticipato poco sopra, l’impatto dal vivo per noi è tutto. Al di la di quanta minuzia (tanta) ci possa essere nella cura dei dettagli in termini di basi e produzione, dal vivo l’importante è sempre trasmettere una grande energia. Il power è un genere particolare, spesso frainteso: gran parte della sua forza sta proprio nella grande sinergia tra palco e platea, per così dire. Quando vieni travolto da un riffing violento, un ritmo martellante e un impatto vocale del tutto… frontale, è qualcosa di indescrivibile. Quando scrivo penso sempre a “come sarà” live e credo che gran parte dei nostri brani guadagni persino in forza, dal vivo. Immagino che gran parte del “merito” sia anche quello di avere un rapporto spontaneo con chi ci osserva e vive quei momenti con noi: sai che dopo di te arrivano Temperance, Metatrone, Seventh Wonder, Eagleheart, Sound Storm… Ma loro sono li, si aspettano di essere intrattenuti e di ascoltare qualcosa che li coinvolga: quelli siamo anche noi, a tutti i concerti cui siamo sopravvissuti nonostante gli acciacchi ahahah. Devi dare il massimo, devi mostrare chi sei, senza finzioni. Entri, li guardi, sorridi, cogli un sorriso e capisci che siete li per lo stesso motivo: questo ci spinge, null’altro. Non voglio essere perfetto, ma coinvolgente e questo vale per tutti noi. Avere un rapporto spontaneo col pubblico fa parte dell’essere parte di questo progetto.

Alessio: Bologna è la mia città di adozione e vedere tanti amici tra il pubblico, oltre a tanti nuovi fan che abbiamo conosciuto la sera stessa, è stata per me una grande emozione. Credo che la naturalezza che mostriamo sul palco (anche se in realtà ce la facciamo sotto!) assieme all’impatto molto diretto delle nostre canzoni giochino un ruolo fondamentale nelle nostre esibizioni dal vivo.Suonare dal vivo è un po’ l’essenza del perché facciamo quel che facciamo. Mi piacerebbe suonare sempre di più e portare la nostra musica in giro per l’Italia e perché no, anche all’estero.

Quali sono gli obiettivi che vi piacerebbe raggiungere?

Marco: Il galateo vorrebbe altre frasi spontanee come quelle sopra (del tutto sincere) sulla passione, la condivisione. Quelli sono elementi imprescindibili, certo: ma l’obiettivo sarebbe viverci. Nessuno di noi (musicisti malati di metal) si è mai chiesto realmente se sarebbe in grado di vivere a certi ritmi. Non so rispondere, ma so che vorrei provarci. Abbiamo suonato con artisti straordinari già citati, lottiamo ogni giorno supportandoci a vicenda con realtà vicine come gli Walls of Babylon e ci raccontiamo spesso di episodi commoventi e spesso buffi che ci accadono quando giriamo o cerchiamo di promuoverci in altro modo. La verità è che tutti noi vorremmo col cuore sentirci ripagati per il sangue versato e, modestie a parte, crediamo anche di meritarlo in una certa misura.
L’obiettivo primario è sopravvivere all’ondata, restare a galla e cavalcare la marea a fianco di artisti meravigliosi da cui imparare: contemporaneamente, sarebbe bello pagarsi le bollette col sudore da disco/palco e dire di essere un musicista a tutti gli effetti.
Chiaro che individualmente, tutti noi abbiamo secondi e terzi lavori e spesso toccano l’arte in un modo o nell’altro: magari vivere dell’insieme di queste cose, nel mondo dell’arte e della musica, sarebbe la ricompensa più grande al sudore e monete versati.

Quali saranno, invece, i vostri progetti futuri? State lavorando a qualche nuova data live? Cosa bolla in pentola per gli Hidden Lapse?

Marco: Ad oggi guardiamo avanti, siamo già (spoileroneeeeee) al lavoro sul terzo disco e siamo del tutto intenzionati a crescere con Rockshots, per cui tenete d’occhio le nostre pagine! Per l’inverno stiamo faticosamente cercando di realizzare un mini tour promozionale per Butterflies, per cui anche per questo… restate sintonizzati!

Vi ringrazio ragazzi per averci dedicato questo spazio. Come da tradizione, spetta alla band concludere quest’intervista. Grazie mille e ci vediamo on the road!

Marco: Grazie a te, innanzi tutto. Ovviamente non vediamo l’ora di incontrarci sotto (o sopra) qualche palco. A tutti gli altri: supportate la scena, suonate, esponetevi e venite ai concerti. E’ bello vedere nostri idoli esibirsi in modo grandioso, ma è anche soddisfacente conoscere nuove realtà, rapportarsi con altri musici e creare rete. Per il resto, ci trovate su Facebook e Instagram (facebook.com/hiddenlapse o hiddenlapseband); su bigcartel trovate il nostro store con offerte periodiche e su Spotify potete clickarci senza pietà. Rock on!

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